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16 Ago 2014 - 16:27:04

MARIA TERESA NOVARA,UNA STORIA INFAME!


L'incubo che ogni bambino, almeno una volta, ha provato è quello dell'uomo nero che entra nella sua camera da letto.

Per Maria Teresa Novara, in una fredda notte del dicembre 1968, quest'incubo si materializzò nelle nere figure di due uomini che gironzolavano per la sua stanza. Non si sa se si accorsero subito di lei, o se gli attimi di terrore si protrassero infiniti. Sappiamo solo che la bambina, angosciata, fece la pipì a letto per lo spavento. Forse riuscirono ad imbavagliarla prima che gridasse, forse saranno bastate sinistre minacce ad indurla ad un terrorizzato silenzio.
Non fu certo difficile per un uomo della stazza di Bartolomeo Calleri mettere una bambina di meno di quaranta chili in uno dei sacchi che aveva portato per la refurtiva. Con l'aiuto del complice la fece scivolare sotto la tapparella e la portarono giù per la scala a pioli che avevano appoggiato sotto il poggiolo.

Attraversata un’erta ripa boscosa e la massicciata della ferrovia, Rosso scassinò la porta di un distributore di benzina, lasciando impronte che lo fecero poi condannare, e tagliò la cinghia di una tapparella, che fu usata per legare la bambina.
Non si saprà mai perché la portarono via in camicia da notte in quella gelida notte in cui stava per nevicare. Forse perché temevano di non fare in tempo a scappare se la bambina, una volta sola, si fosse messa a gridare, o forse credendola figlia dello zio che la ospitava, Pasquale Borgnino, che si diceva fosse ricco, pensarono che avrebbero potuto chiedere un riscatto. Calleri infatti aveva costruito a casa sua una specie di bunker sotterraneo, adatto per detenere un sequestrato.
Probabilmente appresero dai giornali che la rapita era la figlia tredicenne di poveri contadini residenti a Bricco Barrano, frazione di Cantarana, che durante il periodo scolastico si trasferiva presso gli zii, dato che il suo paesino era molto distante dalle scuole medie.

Era una ragazzina tranquilla, intelligente, con l'ingenuità di una tredicenne di quel tempo, accentuata dal ristretto orizzonte in cui era sempre vissuta. Quella mattina era stata a Messa, aveva fatto la Comunione, e il pomeriggio si era recata dalle suore. Poi, la sera, aveva guardato in televisione “Anna dei Miracoli”, commuovendosi fino alle lacrime.

I due portarono la bambina nell'abitazione di uno di loro, una cascina denominata Barbisa, a Canale d'Alba in provincia di Cuneo (oggi solo Canale, nel tentativo di nascondere che si tratta di "quel paese") distante una dozzina di chilometri dal luogo del rapimento, e probabilmente per qualche tempo anche in una casa in via Betlemme 71 a Chivasso.

Un giorno, mentre si trovava alla “Barbisa”, la bambina credette di trovare la sua salvezza in un gruppo di cacciatori; fu l’inizio del suo calvario. Costoro, anziché correre a denunciare, ricattarono Calleri. Se avessero parlato, sarebbe andato in carcere per rapimento, però … Calleri non era certo uno stinco di santo, inoltre i cacciatori non è che pretendessero di avere la piccola per niente, era gente facoltosa. Il pregiudicato si adattò benissimo alla nuova situazione. Cominciò a organizzare festini nei quali portava anche due o tre prostitute di Torino o Chivasso, mentre i cacciatori cominciarono a invitare gli amici, e gli amici degli amici. Quasi tutti in paese si avvidero del pazzesco via vai di macchine alla sera, ma nessuno parlò, perché chi partecipava, era “gente per bene”.

In quel paese e nei dintorni erano molti i più o meno facoltosi che non si facevano scrupoli ad avere rapporti sessuali con una tredicenne, senza curarsi dell'età e senza curarsi del fatto che fosse la bambina rapita, anzi, eccitati da questo particolare. (Anche perché Calleri, con la sua astuzia da montanaro, l'aveva costretta a scrivere ai genitori una lettera in cui diceva: "Non preoccupatevi, sono con persone che mi hanno promesso che mi faranno guadagnare molti soldi." Quei farisei decisero pertanto che era una prostituta, un essere umano di serie Z, indegno di suscitare compassione).

Trascorsero circa sei mesi: il 5 agosto, Rosso e Calleri, dopo aver effettuato un furto a Chieri, per sfuggire alle forze dell'ordine si gettarono nel Po all'altezza del "Borgo Medioevale" a Torino. Forse anche a causa del fatto che era impossibile risalire sulla sponda opposta, Calleri annegò, mentre il suo complice riuscì a percorrere per circa un chilometro e mezzo il fiume, ma fu catturato poco dopo aver toccato terra. Però, forse convinto che il complice si fosse salvato, diede ai carabinieri un nominativo falso dell'annegato. (Nove anni dopo la corte d'appello di Torino lo condannerà a 14 anni, grazie soprattutto all'ostinato senso di giustizia del pubblico ministero Ercole Armato, che sarà colui che infine pagherà più duramente di tutti per il suo coraggio.)

Purtroppo Rosso era di Canale, perciò i canalesi non ci misero molto a intuire chi potesse essere l’annegato. Per i cacciatori, se Maria Teresa avesse parlato, ci sarebbero stati il disonore e la prigione, Qualcuno di loro, evidentemente, sapeva del cunicolo sotterraneo. Ve la rinchiusero, forse inizialmente solo con l’intenzione di aspettare si calmassero le acque, mentre fra il resto degli abitanti nessuno avvisò le autorità; chi aveva anche occasionalmente abusato del corpo della prigioniera, per timore di essere coinvolto, gli altri per mero menefreghismo.

Intanto Maria Teresa era incatenata in un sotterraneo buio, con poca aria, poca acqua, poco cibo.

Finalmente, l’otto agosto, il corpo di Calleri fu ripescato a sei metri di profondità. Da una ricevuta che aveva in tasca i carabinieri di Torino scoprirono il recapito e si precipitarono a Canale, incappando però in X Y. Costui amava autodefinirsi lo sceriffo di Canale, anche se, magroletto, dello sceriffo non aveva la taglia e soprattutto gli mancava l’intuito; infatti era “riuscito” a non scoprire che Calleri era pregiudicato per gravi reati, così come era riuscito anche a non vedere lo strano via vai di auto verso una casetta in cima ad un bricco. Lo sceriffo si dimostrò inflessibilmente legalitario; senza un mandato non avrebbe permesso si facesse una perquisizione nonostante l’urgenza dettata dal rischio che qualcuno facesse sparire corpi di reato. Però la mattina dopo salì lui stesso alla Barbisa senza mandato, anche perché aveva avuto un'altra segnalazione dall’impresario Carlo Dacomo, che gli aveva chiesto di mettere i sigilli alla casa affermando che il defunto gli doveva degli arretrati e perciò voleva premunirsi che nessuno entrasse. Lo sceriffo entrò nell’abitazione. Vedendo le scritte su numerosi giornaletti che erano ammonticchiati, l’appuntato Pietro B. avanzò l’ipotesi che potevano essere di Maria Teresa. Lo sceriffo ne prese uno, e data una fugace occhiata lo buttò a terra dicendo: “Se questa è Maria Teresa, io sono Napoleone”. Trovato un mitra lo sequestrò, poi diede un’ occhiata anche al rustico, e trovato un locale chiuso a chiave fece saltare la serratura. Anche Dacomo diede un’ occhiata, notando solo delle lamiere appoggiate al muro.

In seguito X Y tornò altre due volte a bighellonare, sempre riuscendo a non vedere nella cucina la catena cui la ragazza veniva incatenata, né gli innumerevoli fogli su cui aveva scritto il suo nome, e neppure i resti dei festini.

Nel frattempo Maria Teresa era rinchiusa sotto la botola; quasi sicuramente qualcuno le aveva portato da mangiare, dato che furono ritrovati un panino e mezzo, e sarebbe impossibile che la bambina avesse conservato i panini imbottiti per otto giorni. Qualcun altro però chiuse con dei giornali i tubi di areazione del sotterraneo.
Quando, il 13 agosto, giunsero finalmente i carabinieri di Torino, sfondarono nuovamente la porta del rustico. Notate le lamiere stradali per terra le sollevarono e trovarono la botola che fu scoperchiata. Dopo essere disceso per una scala, l’appuntato Giovanni Sisti si trovò di fronte una porta sprangata. Nonostante la difficoltà dovuta alla mancanza d’aria, riuscì ad aprirla e, meravigliato, gridò subito a Colaci: “Brigadiere: qui c’è una bella ragazza che dorme!” Su un lettino mezzo sfondato, più simile alla cuccia di un cane, c’era il corpo ancora caldo di una fanciulla deceduta da pochissimo. Una catena di circa un metro le legava una caviglia. Di fianco alla branda un bottiglione mezzo vuoto, e accanto al corpo un biglietto: "Sono Maria Teresa Novara, voglio essere riportata nel paese dei miei genitori". ***

L'atroce vicenda inorridì l'Italia, le vendite dei quotidiani superarono quelle dell'allora recente sbarco sulla Luna, ma dato che si era "prostituita" il Signor Ferrero, Procuratore di Alba, Non ritenne fosse il caso di aprire un inchiesta per omicidio... Nessuno del posto denunciò i colpevoli, la stampa non stigmatizzò né i silenzi né l'ignavia della procura di Alba. Persino “Famiglia Cristiana” trovò solo da moralizzare sul fatto che nello sgabuzzino furono trovate riviste "pornografiche", (fumetti di Diabolik che le passava il carceriere) indicandole come causa del suo degrado morale. (Come se fosse stata la bambina, causa le insane letture, a chiedere di prostituirsi.) Mentre “L'Unità” oscenamente si inventava che erano state trovate le prove che era fuggita spontaneamente e che il rapimento era stato “un’ingenua messinscena".
Alcuni dicono anche che la chiesa si mosse per tranquillizzare la coscienza delle madri dei responsabili, facendo passare Maria Teresa per una poco di buono.

Admin · 4433 visite · 1 commento

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Commenti

Commento di: Stefano [ Visitatore ]
Un delitto che la memoria collettiva fino all'uscita dei due libri sul caso: La Testa dell'Idra e Anatomia di un delitto, la coscienza collettiva aveva rimosso. Persino persone di 45-50 anni, nate a poche decine di metri dal luogo del rapimento, ignoravano la vicenda.
   05.12.17 @ 10:48:12

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